Gambioli (pri): Il Papa su posizioni diverse che dovrebbero far riflettere

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Cagli – A seguito delle numerose proteste contro la visita di Erdogan il Vicario apostolico Paolo Bizzetti per giustificare l’incontro di Papa Francesco con Erdogan ha dichiarato che «La linea di Papa Francesco e della Santa Sede è ricevere tutti, l’unica alternativa alle armi è il dialogo … » Ma è proprio così?
Certo il dialogo è importante, soprattutto con quei capi di stato che non rispettano i diritti umani e l’impegno della Chiesa ha dimostrato una grande influenza benefica.
Papa Francesco ci offre un grande insegnamento di umiltà e di empatia nei confronti dei più bisognosi quando accoglie e ascolta i poveri, gli emarginati di questa società, i rifugiati di guerra o quando lo vediamo chino nel gesto di lavare i piedi ad un povero.
L’incontro con Erdogan mi auspico che da parte di Francesco sia stato rivolto a quelle decine di migliaia di cittadini turchi che ingiustamente si trovano in carcere o al popolo curdo che sistematicamente è oggetto di ingiustizie da parte del governo turco. Mentre Erdogan era ricevuto dal Papa le milizie turche stavano attaccando il popolo curdo nel Nord della Siria. Quel popolo che si è fatto onore avendo combattuto con coraggio ed efficacia l’Isis, contribuendo ad espugnare Raqqa, la capitale dello Stato islamico.
Ma qualche dubbio sale quando lo stesso Papa, appena due anni fa, non ha voluto incontrare il Dalai Lama che, a differenza di Erdogan, da 50 anni lotta affinché siano riconosciuti i diritti del popolo tibetano e che venga liberato dal dominio cinese. Non è vero dunque che la Santa Sede riceve tutti, in particolare se vengono intaccati certi interessi. La realpolitik rimane ancora un punto cardine all’interno del Vaticano e, come in questi due casi, a discapito dei poveri e degli emarginati che a parole si dice di voler aiutare. Erdogan ora fa comodo come alleato per opporsi alla decisone Usa di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme e dare così seguito a quanto già riconosciuto nel lontano 1949-50, che la capitale di Israele è Gerusalemme Ovest, mentre ignorare il Dalai Lami ha voluto dire non riconoscergli quel ruolo politico di leader nei confronti del popolo tibetano, quel popolo che in 50 anni la Cina ha annientato con deportazioni e domino culturale. Non ricevere il Dalai Lama ha il significato di voler dialogare con la Cina, che è utile come è utile dialogare con Erdogan, ma non lo si può fare a spese di altri popoli. Ieri col popolo tibetano e oggi con quello di Israele e i curdi. (da Giuseppe Gambioli, segretario regionale Pri)