Riflessione del Vescovo Armando: “Ogni cosa è nelle mani del Padre che non ci abbandona mai”

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La liturgia sempre ci accompagna aiutandoci a vivere al meglio le occasioni di incontro con il Signore Gesù e a maggior ragione ci guida in questo passaggio dall’anno vecchio a quello nuovo ricordandoci alcuni atteggiamenti da fare nostri: il ringraziamento, la lode, l’invocazione dello Spirito.
Dopo i primi vespri della solennità di Maria Santissima Madre di Dio, si intona il Te Deum, inno di ringraziamento all’Altissimo per l’aiuto che c’ha dato nei dodici mesi appena terminati. E’ un canto le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Viene solitamente attribuito a San Cipriano di Cartagine, ma anche a Sant’Ambrogio e a Sant’Agostino (nel giorno del battesimo di quest’ultimo).
I motivi per ringraziare il Signore sono sempre molti, ma non sempre ci è facile assumere questo atteggiamento che ci pone di fronte a Dio nella maniera corretta: Lui creatore e datore di ogni bene, noi creature fragili, ma da Lui amate infinitamente, al punto da mandare il Suo unico Figlio!
Ogni sera, nella nota preghiera “Ti adoro mio Dio” diciamo “Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questo giorno”.
Ringraziare quindi ci incoraggia a proseguire nel cammino alla sequela di Gesù e a portare anche lungo l’anno nuovo, nei luoghi in cui ci troviamo, l’annuncio che ogni cosa è nelle mani del Padre che non ci abbandona mai.
Gesù è venuto a liberarci dalla nostra condizione di schiavitù dal peccato e dalla morte e per farlo è nato dal grembo di una donna, Maria Santissima. Per questo si fa festa, non tanto perché dobbiamo celebrare un altro anno che è passato e che ci invecchia.
E anche perché è un inno alla vita: se il tempo passa e noi lo percepiamo vuol dire che siamo vivi e ne siamo contenti, ci interessa ancora essere “viandanti” su questa terra, in cammino. Un cammino non verso la morte e il nulla, ma verso la risurrezione e la piena comunione con Dio; il tempo è quindi dono di Dio, il più prezioso, per moltiplicare i talenti che il Signore ci ha donato. Non sprechiamolo quindi, ma investiamolo nel bene con tutte le nostre forze confidando nel Signore Gesù, e i nostri buoni propositi per il nuovo anno non saranno solo parole, ma anche fatti concreti.
Per iniziare il nuovo anno senza il pesante fardello delle esperienze negative, dovremmo liberarci di alcune zavorre che ci impedirebbero di vivere i 365 giorni che ci attendono con pienezza e soddisfazione. Solo così potremo permettere al 2017 di sorprenderci.
I rimpianti non servono a nulla. Tutti sbagliamo. In quanto esseri umani commettiamo degli errori e noi non saremo certo da meno. Dobbiamo accettare le scelte sbagliate e anche le non scelte come una lezione da apprendere. Occorre lasciare i rimpianti nell’anno vecchio e portare con noi gli insegnamenti che sono derivati da nostri errori.
Per ricuperare tutte i momenti “mancati” ci vorrà la presenza amorosa di Qualcuno che ricordi costantemente: “Tu puoi fare cose belle, tu non sei condannato alla tristezza, alla solitudine, e alla morte. Nelle profondità del tuo essere c’è una possibile rinascita”. Una persona che ha di se stessa un’immagine ferita, che crede di essere un’immondezza, convinta che non ci sia niente di buono in lei, non oserà mai prendere una mano che gli viene tesa.
Credo che in molti, in tutti noi, c’è la paura di lasciarsi, la paura della vita, la paura di Gesù Cristo. Ma se decidiamo di seguire Gesù, tutto questo viene messo sottosopra. L’amore in cui siamo radicati, l’amore di Dio, è più forte e dobbiamo semplicemente accettare le nostre tenebre e lasciarci purificare da Gesù Cristo.
Penso di non essere il solo ad avere vissuto questo tipo di sofferenza: la rivelazione del mondo di tenebre che c’è in noi. Quando qualcuno è violento nei nostri riguardi, noi abbiamo paura perché non sappiamo che cosa fare: scopriamo i nostri limiti e la nostra incompetenza. Abbiamo paura del dolore, del male, se ci feriscono. Ma abbiamo anche paura che venga risvegliato il nostro istinto, il nostro sistema di difesa, la nostra capacità di non amare, il nostro mondo di tenebre, di blocchi, di paura, di durezza: tutto ciò che è di ostacolo alla reciproca fiducia. Questa presa di coscienza della mia povertà interiore e delle mie profonde ferite mi fa scendere dal piedistallo, sopra il quale mi sento superiore.
Il grande pericolo dell’essere umano è di negare le sue tenebre, è di accusare gli altri quando sorgono in lui sentimenti negativi. E’ solo riconoscendo le proprie ferite che ci si accetta nella verità. E’ l’ammettere che noi abbiamo bisogno di aiuto, di sostegno, di perdono perché queste tenebre a poco a poco si trasformino in luce. Per poter entrare in questo mondo di perdono, bisogna aver sperimentato il perdono di Dio, che ci è dato in Gesù. Il grande mistero che Gesù ci rivela è che Dio non ci condanna. Egli non ci giudica: viene per darci la vita e darcela in abbondanza (Gv 10,10), viene per abbattere le barriere dell’odio e per farci entrare nella festa della riconciliazione.
E’ proprio nel buio che nascono le stelle più luminose.
“Se ti senti debole, stanco e infelice, comincia a ringraziare, e vedrai che le cose per te miglioreranno” (Albert Schweitzer).
Se guardo la vita con gratitudine, il buio si rischiarirà e l’amarezza acquisirà un gusto gradevole. La gratitudine mi preserva dalla pusillanimità e dall’amarezza e mi avvicina a Dio. In questo modo provo calma e gioia di vivere. Ogni giorno ci sono sufficienti occasioni per ringraziare. Molti ringraziano Dio ogni mattina per aver concesso loro di alzarsi in buona salute. E la gratitudine conduce sempre alla gioia interiore. Sono lieto di poter vivere questa giornata e la vivrò diversamente se l’accolgo con gratitudine come un’opportunità e un dono che Dio mi concede.
Senza la gratitudine il mio passato sprofonda nell’oscurità, nell’enigmatico, nel nulla”(Dietrich Bonhoeffer). Recluso nella sua cella del lager nazista pensava spesso con gratitudine a tutto quello che aveva vissuto nella vita; in questo modo seppe dare un altro sapore al suo presente: non il sapore amaro della prigionia, bensì il sapore della libertà e dell’amore, della pace interiore e della felicità.
L’uomo di tutte le epoche è animato da un desiderio di felicità, da un anelito profondo di pace, di serenità, di amore eterno. Il domani è una realtà che da una parte spaventa perché è ignoto, ma dall’altra affascina e stimola ad una continua ricerca attiva e responsabile.
All’inizio di un nuovo anno credo sia importante restare in ascolto del cuore e delle attese profonde di questa umanità che lotta, soffre e spera. Non possiamo banalizzare il bisogno di sicurezza, di pace che abita nel cuore dell’uomo, di ogni uomo di qualsiasi etnia e religione.
Il domani è certamente un dono che viene da Dio, ma è affidato anche alle nostre mani. Abbiamo una grossa responsabilità nel saper vivere l’oggi valorizzando ciò che è accaduto ieri e ponendo le basi per un domani di pace e di fiducia. Non possiamo rimanere nell’esasperazione del carpe diem che ci porta a consumare esperienze in maniera individualista e senza prospettiva alcuna. L’uomo continua a farsi del male quando non è più capace di vivere la vita e le esperienze quotidiane come dono. Quando tutto è percepito come realtà esclusiva che riguarda solo il proprio benessere, allora la dinamica è quella di consumare in maniera vertiginosa esperienze che però fanno scivolare verso il vuoto e l’isolamento. E’ una crisi dell’uomo con tutta la ricchezza delle sue relazioni, aspirazioni e desideri.
Spero vivamente che in quest’anno troviamo la forza di stare dentro a queste fatiche, di cercare con assiduità quella cifra umana che abbiamo smarrito.
E’ necessario che ci prendiamo per mano e che nella notte ci lasciamo guidare dalla stella della Vita.

(Armando Trasarti – Vescovo di Fano, Fossombrone, Cagli, Pergola)